Il Manifesto 22/04/2026

Chernobyl Il 26 aprile è anche un'occasione per la commemorazione delle vittime. Non nascondiamo il disgusto per coloro che, nel clima del «rilancio nucleare», parlano con odioso cinismo

Prometeo è caduto a Chernobyl, così titolava il manifesto – dopo la catastrofe del 26 aprile 1986 del reattore in Ucraina – in occasione della manifestazione dei duecentomila a Roma, unica in tutti i Paesi colpiti dalla nube radioattiva, che tra l’altro indusse la stampa francese a scusarsi coi suoi lettori per aver taciuto per giorni l’incidente nucleare.

Il 26 aprile è dunque anche un’occasione per la commemorazione delle vittime. Non nascondiamo il disgusto per coloro che, nel clima del «rilancio nucleare», parlano con odioso cinismo.

Affermando: «In fin dei conti ne sono morti solo 61», riferendosi alle cifre del Forum aperto dall’Aiea (Agenzia dell’Onu per l’energia atomica) sul suo sito in occasione del ventennale di Cernobyl. Più altri 9 mila, che sempre secondo le stime «ufficiali» verranno colpiti nel corso del tempo da cancri e leucemie, cioè una cifra che non sarebbe rilevabile con nessuna epidemiologia (meno dell’1 per mille in più rispetto all’atteso).

Dopo un decennio di ricerche, gli accademici dell’Ucraina e della Bielorussia coinvolti da Greenpeace pubblicarono nel 2009 sugli annali dell’Accademia delle Scienze di New York stime abissalmente diverse: tra 212 mila e 245 mila morti in più in Europa sull’arco di settant’anni a partire dalla data dell’incidente. Nato da progetti per la guerra, come peraltro tutti i reattori occidentali, lo RBMK-1000 che esplose a Cernobyl aveva come caratteristica fondamentale quella di poter consentire l’estrazione del combustibile nucleare per la produzione di plutonio senza dover spegnere il reattore; ma questo implicava che il reattore fosse capace di «riprendere» celermente dalla condizione di bassa potenza alla quale era necessario ridurlo per la rischiosa operazione di prelievo. Perciò il reattore rinunciava fin dal progetto a un elemento di sicurezza passiva presente in tutti i reattori diffusi nel mondo occidentale: in corrispondenza al surriscaldamento del nocciolo, una fase di riduzione della potenza.

Certe volte gli anniversari servono non soltanto a commemorare. L’EPR-1600, che il governo Berlusconi vuole imporre agli italiani, è la risposta, con trent’anni di ritardo, al più grave incidente nucleare dell’Occidente, quello di TMI (Three Mile Island). Quello che a fine marzo 1979 causò una parziale fusione del nocciolo, la fuoriuscita di radioattività dallo schermo di contenimento, nell’ambiente, e l’evacuazione volontaria di 140mila abitanti dall’area attorno alla centrale. Era un PWR della Babcock & Wilcox, in esercizio da non molti mesi.

Che dire di questo PWR, marcato Areva? Le orecchie maligne di Sortir du nucleaire hanno captato comunicazioni tra l’EdF e Areva, preoccupate di un incidente che si potrebbe determinare per un RIP (Ritorno Istantaneo di Potenza). Ma perché un reattore di «terza generazione avanzata» si dovrebbe andare a cacciare in una situazione alla Cernobyl, che a noi sembra fare da spia a un progetto che ha rinunciato al già ricordato elemento di sicurezza passiva presente invece in tutti i vecchi e cari reattori, PWR o BWR che siano? Dice Sortir che l’esigenza di una rapida ripresa di potenza, madre dell’albero incidentale, ha una pura motivazione economica: modulare la potenza del reattore in modo da offrire elettricità in corrispondenza alle punte della domanda, alle quali viene riconosciuto un prezzo assai più elevato. Almeno i Russi lo facevano per le bombe…

A proposito di sicurezza, questo EPR sta prendendo botte dalle autorità di controllo di Finlandia, UK e Francia stessa, che il 2 novembre scorso hanno addirittura emesso un comunicato congiunto – e quando mai era successo! – per bocciare l’accoppiamento del software d’emergenza con quello di routine; e altre nubi sono all’orizzonte. «Ma è normale nel licensing di un nuovo reattore!», sia pure, ma questo ne rende evidente il carattere di prototipo industriale; in tutto il mondo non c’è un solo EPR in esercizio e i due che stanno costruendo a Olkiluoto e a Flamanville denunciano ritardi e sovra costi da paura. È la solita vecchia litania del nucleare.

Marchiati all’origine dalla progettazione militare – figuriamoci se sicurezza o scorie potevano rappresentare la priorità – si è passati in poco tempo, in Oriente come in Occidente, dai prototipi industriali ai reattori commerciali di taglia sempre più grande. La fretta per ripianare con la vendita delle centrali atomiche e della loro energia elettrica le colossali spese del nucleare militare è stata una pessima consigliera; il gigantismo degli impianti, con tutti i maggiori inconvenienti che comporta, è stato il cardine di una strategia che ha portato al fallimento il nucleare in tutto il mondo, e che Areva ripropone col suo EPR-1600.

Prometeo era già caduto a TMI, si tenga il suo fuoco nucleare. Impegnamoci a non farlo rialzare.